Come è stato evidenziato nel saggio Da Eleusi a Firenze: la trasmissione di una conoscenza segreta[1], nella Tradizione Misterica Eleusina l’umanità viene considerata figlia degli antichi Dei Titani, sconfitti dai nuovi Dei Olimpici in un’epica guerra, la Titanomachia, narrataci da Esiodo nella sua Teogonia, ma la cui memoria e la cui profonda eco è sempre stata presente in tutte le tradizioni dei popoli antichi, dal Mediterraneo al Vicino Oriente, dall’Asia alle Americhe.

In particolare, Tradizione Eleusina attribuisce la creazione di questa umanità ai quattro figli del Dio Titano Hyaphethos (Giapeto, in Greco Ιαπετός): Atlante (in Greco Ἄτλας), Menezio (in Greco Μενοίτιος o Μενοίτης), Prometeo (in Greco Προμηθεύς) ed Epimeteo (in Greco Ἐπιμηθεύς), i quali crearono l’uomo e la donna a loro immagine e somiglianza. Così scrivono a riguardo i Testi Sacri:

«Presa Prometheus una parte di Notte, una parte d’Acqua e una parte di Terra, le impastò e plasmò a immagine e somiglianza sua e dei suoi fratelli una figura. Presola suo fratello Atlanthe, le soffiò in bocca donandole l’alito sacrale, mentre suo fratello Menethios la cingeva di nervi e di muscoli e, rizzatola in piedi, la chiamò uomo. Similmente Epimetheus creò la donna»[2].

Così proseguono i Testi:

«…prese le bestie che vagavan sul suolo di Taea (sulla Terra, n.d.a.), le rimodellarono a loro impronta e somiglianza e, vistoli Lan e Thn (femmina e maschio, n.d.a.), li dissero Taahiv e Skefsket (uomo e donna, n.d.a.). Così essi si perpetuarono, così nacque l’umana progenie dell’Azzurro Occidente»[3].

L’Eleusinità ci insegna che Atlante donò all’uomo la Conoscenza e la Vita, Menezio la Forza sia interiore che esteriore, Prometeo il seme maschile ed Epimeteo quello femminile. I Titani poi, congiuntamente, donarono all’umanità la “Notte”, un termine che esprime un concetto superiore a quello di “anima” che comunemente intendiamo, il concetto stesso dell’essenza divina titanica, che, tramite e grazie all’opera di questi quattro Titani, alberga oggi in ogni uomo.

Un altro passo significativo, che si riferisce al Dio Titano Menezio, riporta quanto segue:

«…che cingesti di nervi e muscoli la mortal stirpe di Hyaphethe, Tu fosti, dopo che Phlemethe (Prometeo, n.d.a.) la plasmò e Hathlanthe le donò l’alito, a rizzarla in piedi, ed eretta la ponesti innanzi a Te, e, vedendola indifesa, le ponesti la tua lancia in mano. Qual Dio poné l’arma sua in mano alla sua creatura? Tu solo, o celeberrimo Tan, concedesti tutta la tua fiducia»[4].

In seguito alla Titanomachia e al rovesciamento religioso che ne conseguì con la vittoria dei nuovi Dei Olimpici e con l’instaurazione, sia sul piano religioso che su quello sociale, del regime del patriarcato, gli Antichi Dei Titani, per quanto sconfitti e in parte imprigionati nel Tartaro, non abbandonarono mai gli esseri umani loro figli. La Tradizione Misterica ci insegna, infatti, che furono condotti dai Titani due tentativi per redimere l’umanità e per salvarla dall’ottenebramento del culto dei nuovi Dei.

Affronteremo in questo capitolo il ruolo messianico rivestito da Divinità come Leto, Demetra e Kore-Persefone proprio nel contesto di questi tentativi di redenzione, ma per farlo dobbiamo necessariamente partire un po’ da lontano.

Il primo di questi tentativi doveva prevedere la nascita di un Salvatore, una Divinità redentrice che avrebbe condotto l’umanità alla Salvezza e a un ritorno alla piena auto-coscienza. Questa Divinità redentrice avrebbe dovuto essere generata dalla Dea Leto (Λητώ), conosciuta nella classicità anche come Lada o Latona, la più dolce fra le Divinità Titaniche, la «Signora della Notte Tenebra dal Bruno Manto»[5].

Leto, o Letho, il cui nome, secondo Guido Maria St. Mariani di Costa Sancti Severi[6], deriva da Αανθαναω (Aanthànao, cioè “star nascosta”), è una Dea stellare di stirpe titanica. Appare sempre davanti al suo nome la voce “Titania”, che va distinta dalla più generica parola “Titana”.

Secondo la Hyerogonia degli Eleusini Madre, e anche secondo la tradizione arcaica egeo-mediterranea, la Titania Leto fu generata, insieme a sua sorella Asteria (Ἀστερία), dal Titano Keys (Κοῖος, Ceòs, Coiòs), e dalla Titana Febe (Φοίϐη, Phoibe). Ciò viene confermato nella Teogonia di Esiodo ai versi 404-410.

Keys è il Titano della luce albina (bianca, diurna) ed Egli, come il Suo Regno, rappresenta il Polo Celeste della nostra galassia. Cioè viene identificato con la costellazione del Draco (Dragone), la cui stella più famosa è Thuban Giogo del Cielo, ossia Alpha 11 Draconis, che fu l’antica Stella Polare. Febe è invece la Titana del chiarore delle Tenebre. Fra i Suoi appellativi vi sono quelli di “Argentea”, “Luminosa”, “Risplendente”, “Notturna”.

Il parto della Dea Leto sull’isola di Delo in un’incisione di Diana Scultori Ghisi (1547-1612)

La sorella di Letho, la Titana Asteria (da Ασθρ = Asthr, Aster, cioè “astro”, “stella”), è la Dea «della Notte Stellata dal peplo azzurro»[7], detta anche “Honorata”, a cui il Dio Ennosigeo-Poseidon donò, secondo la Tradizione, un’isoletta vagante sul mare, che ancorò sul fondo marino. Questa isoletta, una delle Cicladi, inizialmente portò lo stesso nome della Dea Titana, ossia Asteria,e in seguito cambiò nome in Delos.

Paredra di Leto fu il Dio Titano Kreys (Κριως, Kriôs, “ariete”, o Κρειος, Kreios, “maestro”, “signore”), chiamato anche Megamede (“Grande Signore”).

Come sottolinea sempre Mariani di Costa Sacti Severi[8], sappiamo bene che nel periodo ellenico classico e anche nel dorico (e forse ancor prima nel periodo miceneo), si insisteva nel voler attribuire a Zeus la paternità dei figli di Letho. Ma così non era nei periodi arcaici egeo-minoico, pelasgico, lelegico-cicladico e lelegico-anatolico. Gli autori ellenici operarono tale stravolgimento sia per chiari motivi di orgoglio di stirpe che con intenti politico-religiosi, in maniera del tutto funzionale al controllo politico, militare e culturale che esercitava la nuova cultura “greca”, con la sua religiosità “olimpica”, sulle popolazioni pelasgiche e lelegiche autoctone della Grecia continentale, delle coste dell’Anatolia e delle isole dell’Egeo. Questa operazione di sostituzione “sincretica” venne anche agevolata dal fatto che sia Kreys che Zeus venivano rappresentati, nella più arcaica iconografia, con la testa di un ariete su un corpo umano.

In Egitto Letho fu conosciuta come la Dea Uadjet (nome poi grecizzato in Uto, Utit o Buto), ossia la Dea-Cobra, equivalente al concetto delle “Tenebre”, similmente all’Ureo portato sulle corone dei faraoni. Considerata erroneamente in origine come una Divinità locale della città di Per-Uadjet, sorta sul delta del Nilo, circa venti chilometri a Nord di Sais (detta, in seguito, Βοῦτος in età tolemaica, l’odierna Tell El Farain), divenne, al momento dell’unificazione dei regni predinastici, la Dea protettrice del Faraone e la personificazione del Basso Egitto, come la Dea-Avvoltoio Nekheb lo era dell’Alto Egitto.

La Tradizione Misterica degli Eleusini Madre ci insegna che la Dea, per adempiere alla sua missione di redenzione dell’umanità, discese dal Polo Celeste (la stella Thuban), arrivando al Polo Nord della Terra dei caduchi umani. Ivi assunse la forma esteriore di una lupa dal manto niveo e discese dal Nord, percorrendo la vasta Europa, fino a giungere alle coste mediterranee, dove avrebbe dovuto partorire il Redentore, il potente figlio divino concepito con il Titano Kreys.

Zeus e la Dea Hera vennero avvertiti da alcuni loro messaggeri e, messi al corrente di ciò che stava per accadere, erano spaventati ed atterriti, al pari di tutti gli altri Dei dell’Olimpo. Erano infatti consapevoli dell’esistenza di una antica profezia, che recitava: «Se la Titania Letho genererà un solo nato, il regno di Zeus sarà travolto, annientato, e ricoperto dalla terra»[9].

Fu così che Hera e Zeus, per evitare il temuto ritorno degli Dei Titani, proibirono a chiunque (Dei, Semidei e mortali loro succubi) di dare asilo alla Dea.

Arrivata sulle coste egee, da Lupa ch’era ivi giunta, la Titania Letho assunse, a completamento della Sua Missione, una forma esteriore umana. Ma tutte le “porte” del mondo mediterraneo le si chiudevano in faccia e ovunque veniva respinta e scacciata. Non le rimase che dirigersi alle isole Cicladi, ma anche là incontrò rifiuti, poiché ognuno dei mortali temeva la collera e la vendetta del Signore dell’Olimpo. Solo sullo scoglio di Delos, in aperta sfida a Zeus e Hera, venne accolta e protetta da sua sorella Asteria.

 Ben nove notti durò il suo travaglio (simbolicamente il numero 9 rappresenta un “piccolo ciclo”), distesa alle verdi falde del piccolo monte Kynthos. Nel frattempo gli Dei Olimpici operarono con magie per spezzare la forza generatrice di Letho, e per dividerla in due parti: infatti, se avesse generato più di un nato, la profezia sarebbe stata vanificata. Solo la decima notte, narra sempre la Tradizione, la Dea riuscì a partorire con dolore, afferrando con le mani i ciuffi d’erba delle falde del Kynthòs, ove era distesa, mentre i suoi occhi guardavano il cielo da cui era discesa. Ma si trattò di un parto gemellare: Zeus aveva in parte vinto. Fu così che la Dea generò, dal Titano Kreys, due gemelli divini: Kynthia Artemi (Ἄρτεμις, Artemide) e Kynthios Febo (Φοίβος).

Latona e le rane, dipinto di David Teniers Il Giovane (1610-1690)

Secondo una diversa versione, Kynthia Artemi sarebbe nata pochissime ore prima di Kynthios Febo, non a Delos, ma su una isoletta vicinina, al tempo chiamata Ortyx (quest’isola si chiamò poi Rhenaia, mentre oggi è conosciuta come Rhenia), e avrebbe aiutato la Divina Madre a far nascere il fratello.

Tutte le fonti sono però concordi nel riportare che, incurante dell’ordine di Zeus e Hera, giunse, dalla città cretese di Amnisos, in soccorso della Titania Letho, la Dea della vita, la Grande Levatrice Eileithyia (Εἰλείθυια). Questa antichissima tradizione, di origine cicladica ed egea, era molto diffusa sia presso i Pelasgi che fra i Lelegi. Questi ultimi, il cui emblema totemico era il lupo, veneravano la stessa Dea Letho nel suo aspetto di lupa. E i gemelli divini da Ella partoriti assunsero nomi egeo-cicladici-lelegici derivati dal sito che aveva dato Loro i natali, ossia Delia e Delios (i gemini delici) e Kynthia e Kynthios (da monte Kynthòs).

L’Inno Omerico ad Apollo[10] così narra il girovagare della Dea:

L’immenso spazio fu questo percorso da Leto
nei dolori del parto; e chiedeva se offrire
volesse una terra di queste rifugio a suo figlio.
Ma tremavano esse paurose e nessuna
osava, per quanto ubertosa, di accogliere Febo.
A Delo in fine l’augusta Leto pervenne,
e lei interrogando diceva alate parole:
«Delo, tu forse vorresti esser dimora
di Febo Apollo mio figlio e in te costruire
un fulgido tempio per lui? Certo nessuno
verrà mai ad onorarti. lo non credo
che ricca d’armenti tu sia né di greggi;
né messi produci o vendemmie né alberi molti.
Ma se un tempio di Apollo saettante ospitassi,
tutti i mortali verrebbero a offrirti ecatombi
qui radunandosi; e sempre un fumo odoroso
di vittime pingui da te sorgerà, e nutrire
potrai la tua gente per mano straniera,
sì poco ferace, sì avaro è il tuo suolo».
Così parlava; e lieta fu Delo, e rispose:
«Leto, di Ceo possente inclita figlia;
felice sarei di ospitare del nume
arciere la nascita: oscuro è infatti,
ignoto quasi il mio nome fra gli uomini;
famosa, onorata invece così diverrei».

Come evidenzia Guido Maria St. Mariani di Costa Sancti severi, «Appena nato, Kynthios già aveva con Sé il Grande Arco d’Argento e la faretra piena di dardi, al par d’appendici sussidiarie di Sé! Istantaneamente salì a passo svelto sin sulla vetta del Kynthòs, in piena notte fonda. Il Grande Arco splendeva, spandendo tutto all’intorno un chiarore argenteo, di una luce fredda, che illuminò la notte. Con quest’atto Kynthòs automaticamente divenne Febo l’Illuminatore, il Grande Arciere, il Hekatebolos (“lungi saettante”), il Hekaergos (“che colpisce lontano”), l’Argyrotoxos (“dall’arco d’argento”), il Lycos (Lupo dei Lelegi), il Guanokaites “dalle chiome cerulee” (in tal modo sono descritte le sue chiome, come le chiome della stirpe Pelasgica)»[11].

Solo posteriormente, osserva sempre il Pritan Eleusino Madre, i Dori-Greci attribuirono a questo Dio le chiome bionde, mutando infatti i suoi simbolismi in quelli di un Febo solare e cancellando la sua natura stellare, dato che “Deità Stellari” significava una sola cosa: Titani, parola greca derivata dal termine lelegico-cretese Tan. A questo Febo solare dimenticarono però di cambiargli l’arco con uno d’oro, che invece rimase d’argento. Inizialmente la cultura greca lo identificò con i raggi solari, poi in seguito, scansando il Dio Titano Helios, identificarono Febo medesimo con il Sole. Ovviamente i successivi autori romani mantennero, nelle loro opere che tanto attingevano dalla cultura ellenica, questa fuorviante interpretazione, nonostante fosse evidente che si trattava di una Divinità notturna (Kynthios Febo era nato la decima notte del travaglio della Dea).

I Greci di cultura e religione olimpica, inoltre, tentarono, riuscendovi in pieno, di assimilare la figura di Kynthios Febo a quella di una loro Divinità nordica, un semplice Dio pastore e niente di più, Apollo (Ἀπόλλων), che certo niente poteva collegare al Sole, né tantomeno a Delòs. Da qui si evince come buona parte dell’interpretazione che della cosiddetta “mitologia classica” ci hanno dato i moderni mitologi e gli storici delle religioni sia fondamentalmente errata e da riscrivere.

Abbiamo visto, sin qui, come il primo tentativo di redenzione dell’umanità da parte degli Dei Titani non sia andato a buon fine a causa delle trame degli Dei Olimpici, e come la Dea Leto, anziché generare il Dio che tutti attendevano, partorì sull’isola di Delo due Gemelli Divini: Artemide e Febo. Per quanto queste due Divinità si dimostrarono importanti per l’umanità, non riuscirono però ad adempiere alla missione di riscossa e di redenzione che sarebbe toccata al Fanciullo Divino. La forza e la potenza che avrebbe dovuto avere quest’ultimo, infatti, risultò essere scissa nelle due nuove Divinità e non fu possibile portare avanti la missione auspicata. Gli Dei Olimpici avevano così sventato quella per loro terribile profezia che, se si fosse avverata, avrebbe decretato la fine del loro dominio. Ma vedremo come questa loro temporanea vittoria abbia generato una nuova profezia, ancora più terribile della prima. Ma, prima di spiegare di cosa si tratti, concentriamoci sul seguente brano, tratto dal Libro VI° delle Metamorfosi di Ovidio:

E d’allora tutti, uomini e donne, temono il manifestarsi
dell’ira divina e con maggior zelo tutti tributano onori
al tremendo potere della Dea madre di due gemelli;
e come accade, dal fatto recente risalgono ai precedenti.
«Anche nelle terre della fertile Licia», dice uno, «avvenne
un tempo che i contadini a loro rischio spregiassero la Dea.
La cosa è poco nota, è vero, per la modestia dei personaggi,
eppure sorprendente. Coi miei occhi ho visto la palude e il luogo
famosi per il prodigio. Mio padre, troppo vecchio ormai
per affrontare il viaggio, mi aveva ordinato di portargli
dalla Licia dei buoi di razza e m’aveva dato per guida
un uomo di quella regione. Mentre con lui perlustravo i pascoli,
ecco balzarmi agli occhi in mezzo a un lago un vecchio altare
annerito dal fuoco dei riti e cinto da un fluttuare di giunchi.
La mia guida si fermò bisbigliando con timore:
«Proteggimi, ti prego», e come lui bisbigliai anch’io «Proteggimi».
Ma poi gli chiesi a chi fosse consacrata l’ara, se a qualche Naiade,
a un Fauno o a una Divinità locale. Mi rispose:
«Non è a un Dio dei monti, ragazzo mio, che è sacro questo altare:
lo considera suo la Dea che un giorno dal mondo fu messa al bando
dalla consorte di Giove, la Dea che fu accolta nel suo vagare
da Delo, quando come un’isola galleggiante errava leggera.
Lì, appoggiandosi a una palma e all’albero di Pallade,
Latona mise al mondo due gemelli, a dispetto della matrigna.
E si racconta che di lì, dopo il parto, per sottrarsi a Giunone
fuggisse portandosi in seno i figli, quei due esseri divini.
Raggiunta la patria della Chimera, nel territorio di Licia,
sotto il sole infuocato che ardeva i campi, sfinita dal gran correre,
per il caldo opprimente si sentì riarsa dalla sete:
di tutto il latte le avevano i figli affamati svuotato il seno.
Per ventura vide in lontananza, in fondo a una valle,
un laghetto: laggiù dei contadini raccoglievano
vimini pieni di germogli, giunchi ed alghe di palude.
Avvicinatasi, la figlia del Titano si chinò,
piegando un ginocchio a terra, per attingere l’acqua e bere.
Ma quella masnada glielo vietò, costringendola a replicare:
«Perché mi negate l’acqua? Ne hanno diritto tutti.
La natura a nessuno ha dato in proprietà il sole, l’aria
o l’acqua limpida: a un bene comune mi sono accostata
e malgrado ciò vi supplico di farmene dono. Non avevo
intenzione di lavarmi qui corpo e membra affaticate,
ma solo di dissetarmi. Parlo, sì, ma ho la bocca secca
e la gola tutta un fuoco, tanto che a stento vi passa la voce.
Un sorso d’acqua nèttare sarà per me, e ammettere dovrò
d’aver riavuto la vita: con l’acqua me la donerete voi.
E abbiate almeno pietà di questi, che dal mio seno tendono
le loro braccine». E in quel momento i piccoli le tendevano.
Chi non si sarebbe commosso alle dolci parole della Dea?
Quelli invece, di fronte alle preghiere, si ostinano nel divieto
e aggiungono minacce, se non se ne va, e ingiurie per di più.
E come se non bastasse con mani e piedi
intorbidano il lago e con cattiveria dal fondo del suo letto
sollevano la fanghiglia saltando qua e là.
La collera fa dimenticare la sete alla figlia di Ceo:
non supplica più quella gente indegna, oltre non si abbassa
a discorsi che umiliano una Dea; alle stelle leva le palme e:
«Che viviate in eterno in questo stagno!» grida.
E il voto si avvera: da allora quelli godono di stare in acqua,
a volte d’immergersi con tutto il corpo nel fondo dello stagno,
altre di sporgere il capo o di nuotare a fior d’acqua,
spesso di sostare sulla riva, spesso di rituffarsi
nel lago gelido. Ma non smettono mai di esercitare
le loro malelingue nelle liti e senza alcun pudore,
anche stando sott’acqua, sott’acqua cercano d’imprecare.
Roca si è fatta la loro voce, le guance tumide si gonfiano
e le stesse ingiurie dilatano ancor più le loro bocche enormi.
Il capo è infossato nelle spalle, il collo sembra che manchi;
il dorso è verde e il ventre, che è quasi tutto il corpo, bianchiccio:
assunto l’aspetto di rane, sguazzano nel fango del pantano»[12].

Nella narrazione vengono elencati tre aspetti: Laghetto, Stagno e Palude. Essi, secondo l’interpretazione di Guido Maria St. Mariani di Costa Sancti Severi, hanno un significato esoterico e rivelatore ben preciso:

Lo Stagno rappresenta la condizione dell’umano consorzio, ed attraverso questo i singoli individui, la cui vita è la ripetizione giornaliera di un tran-tran senza alcun senso di meta. Ossia è la condizione del cosiddetto uomo comune, che conduce la sua vita monotona e ripetitiva nelle attività lavorative, senza preoccuparsi delle grandi mete dell’Universo, dei cosiddetti “pensieri più grandi di lui”. Lo stagno è sotto l’egida di Zeus, è il suo territorio in cui il genere umano è paragonato al modo di vivere ripetitivo delle rane.

Latona e le rane, dipinto di Scuola Fiamminga (XVIII°secolo)

La Palude è la condizione di perdizione, conseguente allo stagno, il livello più basso in cui può scendere l’umanità, già avviata all’autodistruzione dalle proprie istituzioni; il livello più basso del rispetto civile, di ogni valore di onestà. La palude, da cui non è più possibile risalire, è territorio di Ades.

Il Laghetto rappresenta i concetti più nobili della nostra e vostra coscienza e memoria atavica (si ricordi il Lago della Titana Mnemosyne, e la sua Fonte, in cui le anime possono bere dissetandosi e poi accedere ai Campi Elisi).

Il brano di Ovidio parla di “Laghetto” e non di “Lago”, perché nel mondo materiale è elemento raro, e riservato solo a quei pochi che hanno il desiderio di evolversi al di sopra della massa insensibile alle grandi opere del pensiero. In mezzo a una umana specie istupidita e resa ignorante dei grandi concetti, la Titania Letho ha creato questo “Laghetto” di Coscienza Atavica per tutti coloro che vogliono accedervi; lo ha creato in terra nemica sotto il giogo di Zeus, e vi ha posto il suo Altare a cielo aperto, un Altare di conforto e speranza. Lo ha creato non già in una grande e ricca città, non già contornato da un imponente e ricco tempio, ma in un umilissimo posto, privo di ogni superbia e di ogni ricchezza, ricordandoci che Lei lì si è umiliata, e che era povera e priva di ogni cosa, errante ed inseguita. E che aveva represso la sua potenza divina e stellare per accettare l’umile condizione umana. E solo dopo, persa ogni speranza di salvare quella parte di umanità deviata e adepta di Zeus, si è vista costretta a giudicarli per ciò che erano.

Febo uccide il serpente Phiton, in una incisione del XVI° secolo

Secondo il Pritan degli Hyerofanti degli Eleusini Madre, e come già sostenevano in passato gli antichi Mistagoghi e Hyerofanti, lo “Stagno delle rane” simboleggia anche una terribile profezia che riguarda l’inevitabile tracollo e fine della quinta civiltà umana (l’attuale). Una profezia che qui non mi è consentito riportare, ma che è comunque molto affine ad un’altra profezia fatta dalla Dea Kore-Phersefone agli Eleusini Madre:

«In verità vi dico che verrà un tempo
in cui una nuova stirpe regnerà
sulla bruna terra dalle vaste contrade.
In quel tempo la stirpe dell’uomo
sarà un vago e incerto ricordo»[13].

Una profezia, questa – lasciatemelo dire – quanto mai attuale, se consideriamo le inquietanti vicende che il mondo intero sta vivendo dall’autunno del 2019.

Leto, a memoria d’uomo, fu la prima Divinità a incarnarsi nell’aspetto umano, con tutte le limitazioni che un fragile corpo mortale può comportare. E in tale corpo Ella peregrinò per le terre dei mortali, soffrì la fame e la sete, venne ostacolata, offesa e umiliata e riuscì infine a mettere al mondo i suoi figli. Fu seguita, diversi secoli dopo, dall’incarnazione di Demetra e di Kore-Persefone, in quello che viene considerato, in ambito eleusino, come il secondo tentativo di redenzione dell’umanità da parte degli Dei Titani.

La Tradizione Misterica narra, come abbiamo visto, che a Hanebu (Creta), su di un campo arato tre volte, la Dea si unì in uno Hyeros-gamos (matrimonio sacro) con un mortale prescelto, Iasion (Giasone). Dalla loro unione fu generato Plutos, mitica figura divina simboleggiante la ricchezza, non materiale, ma interiore e di spirito, l’Archetipo stesso della Conoscenza. Il grande storico greco Diodoro Siculo, particolarmente attivo in età cesariana e augustea, nel V° libro della sua Biblioteca Storica, intitolato Sulle Isole, così si sofferma sulla nascita di questa figura divina, che è sempre stata vista però in ambito eleusino come prettamente simbolica:

«Dicono che Plutos nacque a Tripolo di Creta da Demetra e da Giasione e la sua nascita è raccontata in due modi diversi. Gli uni affermano che la terra, seminata da Giasione e ricevendo le opportune cure, produsse tale abbondanza di frutti che coloro che la videro dettero un nome speciale alla grande quantità di frutti che erano nati e la chiamarono ricchezza (πλοῦτος in lingua greca, nda): ecco perché è stato tramandato ai posteri che coloro i quali si sono procurati più del necessario hanno ricchezza. Altri, invece raccontano che da Demetra e da Giasione nacque un bimbo chiamato Pluto, il quale per primo insegnò a prendersi cura dei beni, ad accumulare e difendere le ricchezze, mentre in precedenza tutti si erano curati poco di adunar ricchezze in gran quantità e di custodirle con attenzione»[14].

Artemide cacciatrice, nota anche come la Diana di Versailles. Copia romana in marmo del II° secolo d.C. da un originale bronzeo di Leocare (Parigi, Museo del Louvre)

Agli occhi degli Iniziati e dei lettori più attenti non sfuggirà il contenuto intrinseco ed esoterico di queste parole. Plutos rappresentò in sintesi il valore intrinseco della Conoscenza e della ricchezza dello spirito. Fu grazie alla figura di questo Fanciullo Divino che l’umanità iniziò a coltivare il proprio intelletto e a meglio comprendere la ricchezza divina che è in noi tutti è custodita.

Ma non sarà neanche Plutos il nuovo Redentore tanto atteso. Venuto a sapere dello Hyeros-gamos e della nascita di Plutos, Zeus non tardò, come abbiamo visto in precedenza, a fulminare Giasone e a perseguitare la Dea in ogni dove.

Demetra riuscì a fuggire in Sicilia, nella mitica pianura di Nysa (presso Enna), dove generò – da Ennosigeo-Poseidone – Kore, la Fanciulla delle Fanciulle, il Verbo, la Verità, la Purezza.

Consapevoli del ruolo che avrebbe avuto questa Fanciulla Divina, gli Dei dell’Olimpo, un giorno, mentre Kore era intenta a cogliere dei narcisi in un prato, ordinarono a Hades e a Hermes di rapirla per sottrarla al controllo della Madre.

Demetra cercò la Figlia per ben nove giorni e nove notti, subendo le violenze degli Dei Olimpici che volevano impedirLe di divenire la “Cercatrice”. Fu solo la Dea Hekhate ad avere pietà di Lei e a consigliarLe di consultarsi con il Titano Hyperion (poi, nella tradizione, sostituito con Helios), il quale disse alla Dea: «Fra coloro che osano farsi chiamare Dei al posto nostro, il colpevole è soltanto Zeus».

Demetra decise allora di incarnarsi in una vecchia e, partendo da Enna (che, esotericamente, in ambito eleusino significa l’Inizio, la Partenza), peregrinò per le città degli uomini, giungendo infine a Eleusi (l’Arrivo).

I teologi e gli Iniziati delle Scuole Sapientali e Misteriche Eleusine sono sempre stati consapevoli del fatto che non fu certo casuale, da parte della Dea Demetra, la scelta di Eleusi come luogo di “arrivo”, da cui far partire e trasmettere all’umanità il messaggio dei Sacri Misteri. La piccola cittadina di Eleusi, affacciata sul Golfo di Salamina, infatti, nel XII° secolo a.C., rappresentava una sorta di “enclave” etnica e religiosa, essendo popolata esclusivamente da abitanti di stirpe egeo-lelegica fedeli all’anti-ca religione titanica di derivazione cretese. Questo mentre in molte altre località dell’Attica e dell’intera Grecia già predominavano le popolazioni micenee calate progressivamente in Grecia dal Nord e dalle regioni danubiane. Popolazioni, queste, che – come abbiamo visto – erano caratterizzate da culti e da schemi sociali nettamente patriarcali, in aperta antitesi con la più antica e autentica religione egea.

Del resto non fu neppure casuale la scelta della Sicilia come luogo della nascita di Kore, e quindi simbolicamente come luogo dell’inizio, della partenza, della genesi di quel percorso già scritto e immutabile che avrebbe portato all’arrivo e alla rivelazione del messaggio divino.

La Sicilia (e in particolar modo Enna) ed Eleusi sono esotericamente e indissolubilmente legate da un unico filo. È sempre Diodoro Siculo che, nel suo Libro V°, ci può aiutare a comprendere quanto antico e forte fosse questo legame:

«La prova più evidente del fatto che il rapimento di Kore avvenne in Sicilia sarebbe la seguente: le Dee si trattenevano su quest’isola perché l’amavano straordinariamente. Secondo il mito il ratto di Kore sarebbe avvenuto nei prati vicino a Enna. Questo luogo è vicino alla città, superiore agli altri per la bellezza delle viole e di tutti i tipi di fiori, degno della Dea. Si dice che, a causa del profumo dei fiori che vi sbocciano, i cani, soliti ad andare a caccia, non riescono a seguire la pista perché impediti nella percezione fisica dal profumo. Il prato di cui stiamo parlando è piano al centro e ricchissimo d’acqua; elevato invece ai bordi, cade a picco con dirupi da ogni parte. Sembra giacere al centro dell’intera isola, perciò alcuni lo chiamano ombelico della Sicilia. Nelle sue vicinanze vi sono boschi sacri circondati da paludi ed una spelonca di grandi dimensioni nella quale vi è una voragine che porta sotto terra in direzione Nord: secondo il mito di qui uscì Plutone con il carro quando rapì Kore. (…) Plutone, compiuto il ratto, trasportò Kore sul suo carro vicino a Siracusa: squarciò la terra, sprofondò con rapidità nell’Ade e fece sgorgare una fonte chiamata Ciane, presso la quale i Siracusani celebrano ogni anno una famosa festa (…). Dopo il ratto di Kore, Demetra, poiché non riusciva a trovare la Figlia, accese fiaccole dai crateri dell’Etna, si recò in molti luoghi della terra e beneficò gli uomini che le offrivano la migliore ospitalità (…)».

Sempre Diodoro Siculo (Libro V°) cita i versi del poeta tragico Carcino, che aveva soggiornato più volte a Siracusa e aveva potuto vedere con i propri occhi lo zelo e la devozione dei Siracusani nel celebrare sacrifici e feste in onore delle Due Dee, la Madre e la Figlia:

«Dicono che una volta di Demetra la misteriosa fanciulla / Plutone rapì con nascosto consiglio, / sprofondò nei recessi della nera terra; / per il desiderio della fanciulla scomparsa, la Madre, / cercandola percorse tutta la terra in giro; / la Sicilia sui monti Etnei / piena di fuoco con ardue correnti / pianse tutta; dolente per la fanciulla, / priva di grano, si consumava la Stirpe cara agli Dei. / Onde le Dee onorano ancora oggi».

La vicenda sacra del ratto di Kore, del viatico di dolore della Madre e dell’arrivo della Dea a Eleusi è – a livello profano – narrata in maniera esemplare dall’Inno Omerico a Demetra, un testo di autore ignoto la cui stesura risalirebbe secondo gli storici al VII° secolo a.C., ma che deriva sicuramente da una lunga e precedente tramandazione orale che soltanto in tale epoca venne codificata in lingua greca “omerica”. Esso fa parte di una più ampia raccolta di trentatre inni greci antichi chiamati appunto “omerici” per via dello stile linguistico che li accomuna alle opere attribuite a Omero, l’Iliade e l’Odissea, con le quali condividono anche il metro poetico utilizzato, l’esametro dattilico. Ma occorre tener presente, come sottolinea Filippo Cassola[15], che il testo dei poemi omerici è conservato in numerosissimi codici, o gruppi di codici, in larga misura indipendenti, attraverso i quali possiamo ricostruire le edizioni alessandrine (e, secondo alcuni, anche l’edizione ateniese), e da ancor più numerosi papiri, mentre i manoscritti degli Inni Omerici risalgono ad un particolare archetipo del IX° secolo e, nel caso specifico dell’Inno Omerico a Demetra, abbiamo solo un manoscritto del XV° secolo.

La Tradizione narra che Demetra, sempre sotto le sembianze di una vecchia, venne accolta alla corte di Celeo, il Re di Eleusi, e che Le venne affidato l’incarico di allevare il piccolo Demofoonte, l’ultimogenito della famiglia reale. La Dea non lo allevò con il latte, ma con alitazioni sacrali e immergendolo in un sacro fuoco azzurro e glaciale.

Dante Gabriel Rossetti: Proserpine, 1874
(Londra, Tate Britain)

La madre, una notte, spinta dalla curiosità, venne indotta dalla propria natura umana a spiare le azioni della Dea. Scorto questo sacro fuoco azzurro e non comprendendo cosa stesse avvenendo, temendo per la vita del bambino, lanciò un grido di terrore. La Dea, sdegnata, depose allora il piccolo a terra e si rivelò ai presenti nella sua vera essenza e nelle sue autentiche sembianze. Sbigottiti e atterriti, i presenti cercarono per tutta la notte di placare l’ira della Dea, fino al momento in cui, ripreso in braccio il bambino, Demetra pronunciò quello che è passato alla storia come il Discorso della Rivelazione, tramandato dagli Eleusini per via misterica.

Il comportamento di Metanira che, spinta da preoccupazione e curiosità, aveva determinato l’interruzione dell’allevamento miracoloso del fanciullo, che la Dea avrebbe tramutato in un suo pari rendendolo immortale, come osserva Enzo Lippolis[16], nasconde una precisa metafora iniziatica ed introduce il tema della morte e del distacco, dell’interruzione di un processo di crescita e di conoscenza che è e deve continuare ad essere segreto per via dell’incertezza e dell’ignoranza della natura umana. La conseguenza di questa interruzione è rappresentata dall’ira della Dea e dal carattere apparentemente incompiuto della sua missione di nutrice divina, che richiede l’istituzione di un iter rituale idoneo a mantenerla propizia. La stessa Demetra quindi rivela forme e contenuti del culto e del rito, mostrando inoltre agli uomini verità nascoste che possono essere conosciute e comprese solo attraverso un adeguato percorso iniziatico, quello appunto dei Misteri. La Dea, infatti, dopo essersi manifestata agli Eleusini nella sua vera natura, dispose che le venisse elevato un Tempio presso la fonte Kallikhoron – dove Ella aveva incontrato, al suo arrivo in città sotto le sembianze di una vecchia, le figlie del Re di Eleusi Celeo che l’avevano condotta al palazzo – e istituì i Sacri Misteri, dando vita alla più longeva e veneranda Tradizione misterica e iniziatica che la storia ricordi.

A Eleusi Demetra ottenne la restituzione della Figlia, ma soltanto per otto mesi su dodici, avendo la Fanciulla assaggiato, durante la sua permanenza nell’Ade, i chicchi di una melagrana proibita offertale da Hades. Il ruolo di Redenzione della Fanciulla era stato così compromesso, ma non del tutto.

Pinax votivo raffigurante Persefone e Plutone
(Taranto, Museo Archeologico)

Dopo l’offesa del rapimento e l’assaggio del frutto proibito, Kore, il Verbo, l’essenza della Verità e della Purezza, si era tramutata in Persefone o, in forma arcaica, Phersefhassa (“Rovina”, “Strage”, “Vendetta”). Da quel giorno sarebbe rimasta Kore per gli Eleusini, ma sarebbe per sempre stata Persefone per i falsi Dei e per tutti i loro seguaci.

Così recita un passo di un testo misterico: «Parola della Figlia: Oh, Eleusi ascolta! Questa è la voce della Figlia. Ascolta tu dunque, Oh Eleusi! Per il popolo dei figli dei Titani Noi siamo Kore, la Fanciulla delle Fanciulle. Per i falsi Dei e per i popoli della terra che si sono asserviti a costoro adorandoli, Noi siamo Phersefhassa»[17].

[1] Nicola Bizzi: Da Eleusi a Firenze: la trasmissione di una conoscenza segreta. Vol. I°. Ed. Aurora Boreale, Firenze 1917.

[2] Da un papiro segreto Eleusino Madre.

[3] Ibidem.

[4] Ibidem.

[5] Da un papiro segreto Eleusino Madre.

[6] Guido Maria St. Mariani di Costa Sancti Severi: La Titania Letho, Dea Eleusina Madre. In Aesyr n. 3 (Settembre-Ottobre 2012).

[7] Da un papiro segreto Eleusino Madre.

[8] Guido Maria St. Mariani di Costa Sancti severi: articolo citato.

[9] Ibidem.

[10] Inno Omerico ad Apollo, 45-65.

[11] Guido Maria St. Mariani di Costa Sancti Severi: articolo citato.

[12] Publio Ovidio Nasone: Metamorfosi, Libro VI°

[13] Da un papiro segreto Eleusino Madre.

[14] Diodoro Siculo: Bibliotheca Historica, Libro V°.

[15] Filippo Cassola (a cura di), Inni Omerici. Ed. Mondadori, Milano 1997.

[16] Enzo Lippolis: Mysteria: Archeologia e culto del santuario di Demetra a Eleusi. Ed. Bruno Mondadori, Milano 2006.

[17] Da un papiro misterico conservato dalle Scuole Misteriche degli Eleusini Madre.