Sui culti misterici dell’antichità mediterranea è stato scritto e teorizzato molto, ed esiste a riguardo un vastissimo numero di studi e di saggi firmati dai più autorevoli antropologi e storici delle religioni, ma dobbiamo sottolineare come le linee guida della maggior parte di queste opere risentano di due sostanziali limitazioni. La prima di esse è costituita, nonostante l’abbondanza delle fonti classiche greche e latine in materia religiosa, dal fatto che antichi autori e cronisti come Erodoto, Pausania, Plutarco, Diodoro Siculo e Polibio, pur affrontando l’interpretazione dei miti e delle dottrine religiose, parlando di culti misterici non entrano mai nel dettaglio della ritualistica e dei contenuti e delle conoscenze iniziatiche. E se, sporadicamente, lo fanno, mantengono comunque su certi temi un atteggiamento di chiusura e riservatezza che, agli occhi profani dei nostri contemporanei, potrebbe apparire addirittura “omertoso”. Si tratta invece di un ovvio atteggiamento di rispetto, derivato soprattutto dal loro attenersi alla regola e al voto del silenzio. La maggior parte di certi autori, infatti, aveva ricevuto in prima persona un’iniziazione misterica (e in certi casi più di una), ed era quindi ben conscia del limes, della linea di confine oltre la quale non era lecito spingersi scrivendo riguardo agli Dei. «Su questi Misteri, – scrive Erodoto – che io conosco senza eccezione, osservi la mia bocca un religioso silenzio»[1]. E certi altri autori, come ad esempio Platone, Plotino, Proclo, Giamblico, Virgilio e lo stesso Imperatore Flavio Giuliano, trattando di argomenti religiosi, lo facevano da iniziati rivolgendosi ad altri iniziati, e utilizzavano quindi un linguaggio volutamente sibillino e ricco di simboli e di metafore. Un linguaggio che era però perfettamente comprensibile per i loro interlocutori, che ne detenevano le corrette chiavi di lettura.

Una lettera platonica così si esprime: «È necessario parlarti in forma enigmatica, affinché, se alla tavoletta dovesse succedere qualcosa, finendo in qualche recesso del mare o della terra, colui che dovesse leggerla non capisca nulla»[2]. Come ci conferma, infatti, Sorano di Efeso, «le cose sacre si svelano a uomini consacrati. I profani non possono occuparsene, prima di essere iniziati ai Sacri Riti»[3].

La seconda – e la principale – limitazione di cui risentono i moderni storici delle religioni è prettamente culturale. Duemila anni di Cristianesimo e di cultura monoteistica imperante hanno infatti plasmato a tal punto le coscienze e la forma mentis dell’uomo occidentale, che questo, affrontando tematiche quali la spiritualità e la religiosità degli antichi, non riesce a comprendere fino in fondo come i Greci e i Romani concepissero e vivessero il rapporto con il Trascendente e cade sovente nella trappola della presunta superiorità morale del Cristianesimo.

Una trappola che, proprio per via della formazione culturale acquisita, sia a livello scolastico che familiare, lo porta a considerare erroneamente il monoteismo quale una naturale evoluzione della spiritualità occidentale ed un superamento, in senso positivo e qualitativo, di antichi “miti” e antiche “superstizioni” fondate sull’ignoranza. Una trappola in cui cadono inesorabilmente sia gli studiosi con approccio “laico”, sia quelli con una formazione ed un approccio di natura cattolica, o comunque giudaico-cristiana. Sia i primi che i secondi, infatti, fondano i propri studi e le proprie ricerche e interpretazioni sulla negazione dell’esistenza degli Dei e sul conseguente presupposto che, nel contesto degli antichi riti, Essi non si manifestassero realmente agli occhi dei fedeli e degli iniziati.

Platone e Aristotele in un dettaglio dell’affresco di Raffaello La scuola di Atene
(Vaticano, Stanza della Segnatura)

È triste constatare come in tale trappola siano spesso caduti (con le debite eccezioni di grandi menti illuminate come Robert Ambelain, Jean Marie Ragon o Arturo Reghini) anche storici e studiosi iniziati alla Libera Muratoria, che si presume dovrebbero aver acquisito, specie se elevatisi ad alti gradi, le più corrette chiavi di lettura per l’interpretazione del rapporto con il Trascendente.

Generalmente poco concordo con le analisi e le interpretazioni che dei culti misterici dell’antichità che ci ha fornito Walter Burkert, docente di Storia delle Religioni e della Filosofia Greca presso l’Università di Zurigo, nei suoi numerosi saggi, pubblicati anche in Italia. Ma può essere condivisibile la sua denuncia della sopravvivenza, nello studio delle religioni misteriche, di alcuni stereotipi e preconcetti che devono assolutamente essere messi in discussione, poiché ci inducono, nel migliore dei casi, a verità parziali, quando non a veri e propri fraintendimenti.

Il primo stereotipo denunciato da Burkert è quello che vede le religioni misteriche come “tarde”, tipiche della tarda antichità, del periodo imperiale o del tardo periodo ellenistico, «quando la brillante mente greca stava cedendo il passo all’irrazionale»[4]. Niente di più falso, perché, come vedremo nelle pagine che seguiranno, la nascita dei principali culti misterici è da collocarsi in epoca molto arcaica, precisamente fra il XIII° e il XII° secolo a.C., in quel delicato momento di transizione fra l’Età del Bronzo e quella del Ferro, una cerniera della Storia dell’umanità che vide ovunque incredibili rivoluzioni e trasformazioni di natura politica, sociale, religiosa e, non ultima, climatica e ambientale.

Il secondo stereotipo denunciato dallo studioso svizzero è quello secondo il quale le religioni misteriche sarebbero “orientali” per origine, stile e spirito. È vero che regioni come l’Anatolia, la Persia o l’Egitto potevano in passato essere definite “orientali” sulla base di un punto di vista prettamente europocentrico, e che l’Egitto in particolare veniva visto da alcuni antichi autori come la culla della civiltà e della religione, ma dobbiamo concordare con Burkert quando scrive che anche i culti misterici cosiddetti “orientali” (i Misteri di Iside e Osiride per l’Egitto, quelli di Attis e Cibele per l’Anatolia e quelli di Mitra per la Persia) «sembrano riflettere il più antico modello di Eleusi»[5].

Il terzo stereotipo denunciato da Burkert riguarda infine la presunzione che la nascita e la diffusione delle religioni misteriche sia stata dettata da una svolta “spiritualista”, un mutamento fondamentale nell’atteggiamento religioso degli antichi popoli mediterranei funzionale o preparatorio all’ascesa del Cristianesimo. Uno stereotipo che si riallaccia alle infondate teorie di una ipotetica o presunta “crisi” tardo-antica della religiosità “pagana” e che è frutto di una distorta visione cristiano-centrica che ben si riconnette alle limitazioni culturali che poc’anzi ho trattato. Possiamo quindi dare ragione a Burkert quando sostiene che «l’uso costante del Cristianesimo come sistema di riferimento quando si tratta delle religioni misteriche conduce a distorsioni»[6].

Busto marmoreo della Dea Demetra,
copia di età romana imperiale da un originale greco del IV° secolo a.C.

Andando avanti con la lettura dei prossimi capitoli imparerete a vedere la religiosità antica con un’ottica inaspettata e sorprendente e capirete come le religioni misteriche abbiano rappresentato un apice non più in seguito raggiunto del sentimento religioso e del rapporto fra l’Uomo e il Trascendente, fra Cosmo e Microcosmo. In termini religiosi, i Misteri assicurarono un incontro immediato con il Divino.

Non a caso un grande Iniziato, l’Imperatore Marco Aurelio, considerava i Misteri come una delle forme religiose in cui possiamo avere la certezza che Gli Dei si curano di noi[7].

[1] Erodoto: Storie, II°, 170.

[2] Platone: Lettere, 2.

[3] Sorano di Efeso: Vita di Ippocrate.

[4] Walter Burkert: Antichi culti misterici. Ed. Laterza, Bari 1991.

[5] Ibidem.

[6] Ibidem.

[7] Marco Cornelio Frontone: Lettere, 3, 10.