Tutta la lunga storia dell’esperienza religiosa europea, mediterranea e vicino-orientale, sin dalle epoche più remote, è stata caratterizzata dalla presenza e dalla diffusione di culti a carattere misterico, contraddistinti in genere da un comune ordinamento, da una comune regola di base, consistente nel fatto che l’insieme delle credenze o dei fondamenti del culto, dei miti fondativi, delle pratiche religiose, e la vera natura degli insegnamenti e del messaggio rivelatorio delle Divinità dovessero essere riservati, per differenti gradi, agli Iniziati, a coloro quindi che vi venivano ammessi e che entravano così in una particolare comunità di uomini nuovi. Iniziati che si distinguevano così dai profani, da coloro che non avevano avuto accesso ai Misteri (per scelta, per impedimento o per altre ragioni di carattere giuridico o sociale), e che come tali prestavano un solenne giuramento e avevano l’obbligo di tacere, di non rivelare o profanare il segreto, che doveva rimanere ineffabile.

Altra caratteristica comune di molti culti misterici dell’antichità, caratteristica talvolta non compresa o travisata dai moderni antropologi e storici delle religioni, è la loro natura di vere e proprie religioni rivelate e di carattere salvifico, messianico ed escatologico. In essi, infatti, l’azione iniziatica, e con essa l’acquisizione e la graduale comprensione del messaggio delle Divinità, era destinata a realizzare una realtà liberatrice offerta al singolo – e, di riflesso, all’intera comunità – in risposta ai problemi esistenziali concernenti il nesso fra la vita e la morte. Attraverso i vari gradi dell’Iniziazione (che doveva sempre essere, appunto, “graduale”), l’adepto perveniva alla visione delle Divinità e alla comprensione del loro messaggio. E la costante presenza della figura di una Divinità che si incarnava fra i mortali, seguendo un percorso che prevedeva la nascita, la morte e una resurrezione, garantiva agli Iniziati la “liberazione”, ovvero il superamento dello stato umano, della limitazione individuale che la morte e resurrezione del Dio simboleggiava; una resurrezione che indicava una nascita – o, meglio, una rinascita – al di là della morte e al di là di questo mondo, comprovando che la vita umana non consiste nella mera sopravvivenza.

Come ho spiegato in molti miei saggi, un errore di fondo dei moderni antropologi, da James Frazer in avanti, è stato la mera associazione dei culti misterici alla ciclicità della natura e delle stagioni, e di conseguenza ai principi e ai concetti della fertilità. Si tratta in verità solo di una interpretazione exoterica e marcatamente popolare del mito e della ritualistica, che veniva presentata ai profani nell’ambito delle processioni e della celebrazione delle feste pubbliche che caratterizzavano ogni religione misterica (eventi ai quali era consentito partecipare anche a chi non fosse iniziato). In realtà, dietro determinati simboli che potevano richiamare i cicli della natura e la fertilità dei campi, si celavano delle importanti allegorie e verità iniziatiche che erano ben note agli adepti, ma che risultavano ai profani del tutto incomprensibili e quindi facilmente associabili, presso il popolo, a concetti naturali o “agrari”.

Non si comprendono, infatti, i culti misterici, se non si tiene presente che, proprio per via della presenza nei loro ordinamenti di un percorso iniziatico, essi erano caratterizzati da una doppia dottrina: una per i profani e una per gli Iniziati.

Placca votiva in terracotta da Eleusi risalente al IV° secolo a.C., nota come Tavoletta di Ninnion, raffigurante scene dei Misteri (Atene, Museo Archeologico Nazionale)

Particolarmente noti sono i Misteri di Iside e Osiride, di origine egizia e particolarmente diffusi in epoca romana imperiale, i Misteri di Adone e Astarte, di origine siriaca, i Misteri di Attis e Cibele, di provenienza anatolica, fino ad arrivare ai Misteri di Afrodite a Cipro, ai Misteri dei Dioscuri ad Anfissa, a quelli di Ecate a Egina, ai Misteri Dionisiaci, a quelli dei Cabiri di Samotracia e quelli di Mitra, di origine persiana, che trovarono una straordinaria diffusione in tutto l’Impero Romano, soprattutto fra le fila dell’esercito. Ma, fra i vari e molteplici culti misterici dell’antichità, nessuno mai raggiunse una fama, una notorietà ed una diffusione, e al contempo una segretezza ed una impenetrabilità ad occhi profani, pari a quella dei Misteri Eleusini. Tanto che, non a torto, è stato affermato dai più autorevoli studiosi che in essi poggiano le basi stesse della Cultura e della Tradizione occidentale.

Un grande Iniziato ai Sacri Misteri, il retore Publio Elio Aristide (117-180 d.C.), scrisse: «Eleusi è il Témenos comune di tutta la Terra; tra le cose divine accordate agli uomini è quanto di più venerabile e di più fulgido esista. In quale altro luogo più mirabile sono stati cantati i miti, o rappresentazioni più sublimi hanno colpito l’animo? Dove si son veduti spettacoli rivaleggiare più felicemente con le parole udite, quelle scene stupende, accompagnate da apparizioni ineffabili, contemplate da innumerevoli generazioni di uomini e di donne fortunati?»[1]

«Le vallate di Demetra Eleusina sono un bene comune», proclama un coro di Sofocle[2]. E sempre Sofocle scrive: «O tre volte felici i mortali che dopo aver contemplato questi Mysteria scenderanno nell’Ade; solo loro potranno vivervi; per tutti gli altri tutto sarà sofferenza»[3]. «I sacrosanti Riti di Eleusi – scrive Proclo – promettono agli iniziati che essi godranno del soccorso di Kore una volta che saranno liberati dai loro corpi»[4]. «Felice chi possiede, fra gli uomini, la visione di questi Misteri; chi non è iniziato ai Santi Riti non avrà lo stesso destino quando soggiornerà, da morto, nelle umide tenebre» recita l’Inno Omerico a Demetra[5].

Come scrisse il grande esoterista irlandese John Heron Lepper, «si potrebbe dire che l’esistenza di società segrete o chiuse, nelle quali certi insegnamenti o certe pratiche si trasmettono a persone scelte e sottoposte a prove, risponde ad una tendenza assai generale della natura umana»[6]. Ciò è indubbiamente vero, ma si tratta di una spiegazione non del tutto esaustiva, in quanto la nascita e la diffusione, nel mondo antico, di riti a carattere misterico, fondati sul principio della iniziazione quale prerogativa per l’accesso a determinate conoscenze, non può essere spiegabile esclusivamente in un’ottica antropologica e sociologica.

Ezio D’Intra, nella sua introduzione all’edizione italiana dell’opera di Victor Magnien I Misteri di Eleusi, ha giustamente sottolineato che «l’uomo antico in genere, e le gerarchie spirituali di un tempo in ispecie, avevano accesso a esperienze del Sacro con una frequenza, una certezza e una lucidità che le rendevano assolutamente non paragonabili a quelle – monche, saltuarie e fuggevoli, oppure falsate da pregiudizi, o artificiosamente autoindotte da strane ginnastiche interiori – che costituiscono quella distesa, per lo più paludosa e malsana, dello spiritualismo moderno»[7].

Nel mondo classico e nell’antichità pre-cristiana l’uomo era più vicino agli Dei e, al contempo – in un reale scambio e connubio – gli Dei erano più vicini all’uomo. E proprio dagli Dei gli uomini avevano ricevuto precisi insegnamenti, regole e dottrine e le risposte ai più grandi quesiti che l’umanità, sin dalla sua uscita dalle caverne, aveva iniziato a porsi: Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?

Per “misterici” intendiamo una serie di culti, pratiche religiose e riti sviluppatisi e diffusisi nell’antichità in tutto il mondo greco e mediterraneo, nel vicino oriente antico, e in seguito in tutta l’area ellenistica e nell’Impero Romano, le cui radici però affondano nelle culture pre-greche dell’Egeo, di Creta e della costa anatolica. Culti, pratiche religiose e riti caratterizzati necessariamente da un percorso iniziatico, che dava graduale accesso sia a determinate conoscenze che ad una conseguente elevazione personale, e dalla più rigorosa pratica del silenzio, a cui erano votati tutti gli iniziati, che non permetteva a chiunque non lo fosse l’accesso agli insegnamenti, alle rivelazioni e a tutto ciò che avveniva nel contesto delle cerimonie.

Il termine deriva dal greco μυστήριον (mysterion), poi in seguito latinizzato nella forma mysterium. L’etimologia del vocabolo risalirebbe ad una radice indoeuropea (my-), che aveva il significato, di origine onomatopeica, di “chiudere la bocca” (da cui deriva per esempio il termine muto). Da questa radice sarebbero derivati i termini greci μύω [myo] (“iniziare ai Misteri”), μύησις [myesis] (“iniziazione”) e μύστης [mystes] (“iniziato”). Il verbo myo era infatti usato nella sua forma assoluta con il significato di “chiudere la bocca” o “chiudere gli occhi”, e in questi termini ben si comprende il carattere esoterico di certi riti che, come ci conferma uno scolio ad Aristofane, «furono chiamati Misteri per il fatto che gli uditori dovevano chiudere la bocca e non raccontare nulla di tutto questo a nessuno»[8].

La partecipazione agli antichi Misteri, come ha sottolineato Piero Coda, esibisce normalmente le seguenti caratteristiche:

  • esige un’iniziazione (μύησις);
  • si esprime in precisi riti;
  • implica l’obbligo di tacere le cose viste e udite nel corso di essi;
  • procura la partecipazione alla salvezza (σωτηρία) mediante il congiungimento (dell’iniziato) al destino di sofferenza (πάθη) e rinascita della Divinità;
  • immette in una comunità rigorosamente separata dai non iniziati;
  • assicura vita immortale[9].

Come scrisse Aimé Solignac, «il principio unificatore dei sensi molteplici che assumono le parole μυστήριον, μύστις, μύστης, μύστικός, μύστικώς, e i loro equivalenti, è l’idea di una comunicazione più o meno immediata del Divino all’uomo e di un’iniziazione arcana dell’uomo al Divino, al suo agire e al suo stesso essere»[10].

Rilievo marmoreo eleusino raffigurante Demetra, Kore e Trittolemo,
V° secolo a.C.
(Atene, Museo Archeologico Nazionale)

Un fenomeno, dunque, quello dei culti misterici, estremamente complesso e articolato e che si concretizzò diversamente, a seconda dei luoghi e dei tempi, mantenendo sempre però le caratteristiche di fondo comuni che poc’anzi ho elencato, la più importante delle quali è sempre stata la segretezza. Caratteristica che, del resto, è sempre stata insita sin dai tempi più remoti presso gli antichi popoli mediterranei.

Gli antichi Elleni non concepivano che si potesse rendere partecipe chiunque, indistintamente e senza precauzioni, non solo i fondamenti delle religioni e le dottrine spirituali, ma anche la Filosofia, le scienze e le arti.

Il grande Iniziato e astrologo greco del II° secolo Vettio Valente, nelle sue Antologie, così faceva riferimento a questa necessità del segreto: «Ti chiedo il giuramento, o fratello illustre, a te e a quelli che io conduco, come Mistagogo, verso l’armonia del cielo. Ti chiedo il giuramento nel nome della volta celeste, del cerchio dai dodici segni, del Sole, della Luna, dei cinque astri erranti che guidano tutta la nostra vita, per la provvidenza stessa e la sacra necessità di serbare tutto ciò in segreto, e di non comunicarlo agli ignoranti, ma solamente a coloro che sono degni, che possono custodire e rispondere giustamente, e conferire a me, Valente, che ho svelato queste cose, una rinomanza imperitura ed eminente, riconoscendo che sono stato io a illuminare»[11].

Nel mondo greco e nel più ampio contesto egeo-mediterraneo tutte le arti, da quella della metallurgia, intesa come fusione e lavorazione dei metalli (oggetto di confraternite segretissime, elitarie e misteriose), a quella dell’edilizia, da quella medica a quella della costruzione delle navi, come osservava Victor Magnien, non erano accessibili a chiunque[12]. Secondo quanto riferisce Eustazio, a Rodi c’erano arsenali segreti, l’accesso ai quali non era permesso al pubblico e chi avesse violato le loro porte senza debita autorizzazione veniva messo a morte.

Persino i poeti si esprimevano in un linguaggio poco accessibile all’uomo comune. Affermava, infatti, il retore e filosofo Massimo di Tiro che «le opere dei poeti e dei filosofi sono tutte piene di enigmi, e il loro verecondo rispetto per la verità io lo preferisco al parlare troppo aperto dei contemporanei; infatti il mito tratta in modo più conveniente di quelle realtà che la debolezza umana non può cogliere…»[13].

Secondo questo grande filosofo ed erudito del II° secolo, i poeti impartivano infatti lo stesso insegnamento dei sapienti e dei filosofi. Essi «sotto l’appellativo di poeti sono in realtà filosofi, i quali usano un’arte affascinante invece di esporre discorsivamente le cose la cui conoscenza risulta per noi ardua»[14]. E, anche se ha voluto escludere i poeti dal suo Stato ideale, Platone scriveva nel suo dialogo Ione che essi «sono semplicemente interpreti degli Dei»[15].

Anche il segreto della Medicina per gli antichi Greci, e successivamente anche per i Romani, era paragonabile a quello dei Misteri e un intimo rapporto legava alla religione e alle tradizioni misteriche in particolare sia la Medicina, sia la Scienza in generale, sia la Filosofia. Infatti, non a caso i più grandi filosofi, i più grandi medici e i più grandi scienziati dell’antichità si iniziarono a culti misterici, e in particolare ai Misteri Eleusini.

Il segreto dei Misteri, come quello della Filosofia, della Scienza o della Medicina, come osservava Magnien parafrasando il grande Imperatore Giuliano, si giustificava nel pensiero degli antichi per il fatto che «la stessa natura ama nascondersi, e la verità non si scorge senza sforzo e senza fatica: coloro dunque che hanno trovato questa verità non devono svelarla con eccessiva facilità agli altri ed esporla in termini troppo espliciti. La verità, divina per natura, e che conferisce un grande potere a coloro che la posseggono, è troppo elevata per gli uomini volgari e vili; essi, non solo non meritano di possederla, ma per di più potrebbero disprezzarla, se la ottenessero senza alcuno sforzo: essa va dunque tenuta lontano da loro. La verità sorpassa persino le facoltà degli uomini comuni: bisogna renderne partecipi solo persone ben preparate e ben saggiate»[16].

[1] Publio Elio Aristide: Eleusinios, t. I°, p. 256, ediz. Dindorf.

[2] Sofocle: Antigone: 1120.

[3] Sofocle: Frammento 719 Dindorf, 348 Didot.

[4] Proclo: Sulla Repubblica di Platone. Ed. Kroll, II°, p. 185, 10.

[5] Inno Omerico a Demetra, 480-482.

[6] John Heron Lepper: Les Sociétés Secrètes de l’Antiquité à nos jours. Ed. Payot, Paris 1933.

[7] Victor Magnien: Les Mystères d’Eleusis. Ed. Payot, Paris 1938.

[8] Aristofane: Le Rane (Βάτραχοι), 456.

[9] Piero Coda: Il Logos e il Nulla. Ed. Città Nuova, Roma 2003.

[10] Aimé Solignac: Mystère (in Mystère et Mystique, D.S. n. 12, 1983).

[11] Vezio Valente: Anthologiarum libri, IV°, 11.

[12] Victor Magnien: Opera citata.

[13] Discorsi di Massimo Tirio filosofo platonico, tradotti dal Signor Piero De Bardi, Conte di Vernio, Accademico Fiorentino. Ed. Appresso i Giunti, Venezia 1642.

[14] Ibidem.

[15] Platone: Ione, 534.

[16] Victor Magnien: Opera citata.