Oggi, nelle grandi aree urbane, la vita quotidiana segue il “sogno dell’era tecnologica”; un modello che trascende repentinamente gli standard etici e morali dei valori di famiglia, sicurezza, lavoro, consumo, intrattenimento, proiettando gli utenti, più o meno “consapevoli”, vecchie e nuove generazioni, in un paradigma “liquido” che di fatto, visti i risvolti attuali, rinnova un “sonno” della cosxienza digitalizzato.
Nelle grandi aree metropolitane si è progressivamente formato un habitat culturale in cui l’essere umano si muove secondo coordinate nuove, generate dal sogno collettivo ipertecnologico. Questo sogno, pur costellato da molte ombre, va accolto come sacro, essendo una manifestazione dell’anima collettiva che, proiettata all’esterno, ricerca la propria identità umana, quella necessità interiore che anela a dare senso, profondità e potenza all’esperienza terrena. Tuttavia, senza il giusto discernimento, ogni sogno rischia di condurre all’oscurità dell’anima, seppur da ogni oblio può in seguito germogliare una nuova comprensione.
In quest’era della tecnocultura il tempo diviene unità funzionale, computabile e ottimizzabile. L’essere si misura nell’efficienza e nell’efficacia del fare, e il valore è legato alla capacità di generare produttività visibile e utile; i talenti, le genialità e gli idealismi figli della vera arte sono considerati solo se funzionali e sottomessi alla produttività del modello. L’identità dell’individuo si costruisce attorno al ruolo produttivo, non più per ciò che si è, ma per ciò che si “fa” e si rappresenta nel ciclo consumistico sociale economico.
Gli strumenti tecnologici – IA, smartphone, touch, app – divengono estensioni sensoriali, simboli di connessione, comunicazione, appartenenza, aggiornamento, idoli del tecno-consumo quotidiano.
La famiglia è oggi liquida e modulare, i legami affettivi sono flessibili, ridefiniti dalla mobilità, dalle piattaforme, e dal tempo frammentato. L’archetipo familiare si smaterializza in reti di interazione logiche e standardizzate, emotivamente più fluide ma carenti o prive di intensità empatica.
Anche l’ego ormai si può definire e rientra nella sfera digitale. L’immagine di sé si costruisce per mezzo della visibilità, dei like, del consenso, delle visualizzazioni. L’essere visto diventa atto esistenziale. In molti ambiti i “profili” online sono il tempio dell’identità “estetica” e di relazioni “digitalizzate”. In scia, l’identità di genere si emancipa dalla corporeità biologica per assumere forme mutevoli, in parte auto-determinate, in parte modellate e imposte da narrazioni mediatiche.
Ogni evento, dal più quotidiano al più tragico, trova una forma rappresentativa: estetica, visiva, condivisibile. La vita stessa si teatralizza nel racconto pubblico come spettacolarizzazione dell’esperienza.
Le scelte individuali (affettive, informative, commerciali) sono mediate da intelligenze artificiali che anticipano desideri e orientano decisioni; la nuova influenza digitale ci abitua dolcemente all’ “algoritmocrazia”.
In una sorta di “relativismo epistemico”, l’idea stessa di verità si frantuma in molteplici nozioni e narrazioni, per cui ciò che “funziona” per l’individuo ha pari valore e dignità di ciò che “è”. L’opinione e l’interpretazione, da un valore personale descrittivo, hanno oggi un valore logico performativo.
Nella cultura del tecnoconsumo, gli “spauracchi arcaici” del dolore, della morte, del limite, vengono filtrati, delegati, randomizzati, medicalizzati. Il sogno tecnocratico tende a sospendere ogni frizione, ogni pathos, ogni imperfezione biologica promuovendo un sistemico evitamento della sofferenza.
Eppure, questo “sogno collettivo”, pur frammentario nella sua estrema liquidità, sembra indicare e costituire la via che determina l’attuale esperienza umana e collettiva. Questa via non è da giudicare o condannare, ma da osservare con vigilanza e attenzione esercitando, laddove si evidenziano palesi soppressioni dei valori essenziali dell’ente umano come tale, il necessario spirito critico e indignazione.
Senza queste semplici “accortezze” c’è il rischio che questa tecno-cultura allontani sempre più l’umano dalla profondità e dalla radice del proprio Essere. Tuttavia, può darsi che proprio l’attraversamento del sogno tecnocratico – nella sua pienezza e nella sua illusione – generi le basi per un Risveglio individuale e collettivo della cosxienza.